Raffaello Annicchiarico è il Vigneron di Podere Veneri Vecchio e i suoi vini, poetici e identitari, non mancano mai a DiAletti.

Raffaello è innanzitutto un caro amico, di quelli che un destino felice decide di farti sempre incontrare e conoscere meglio.

E’ un agronomo, ha lavorato come microbiologo nel centro di ricerche della SME, quando era il Gruppo Alimentare Italiano proprietario dei più famosi Brand nazionali, ma poi ha scelto di lavorare in armonia con la natura, con la propria coscienza e i propri valori. Ha cominciato a produrre vino a Castelvenere, nel Sannio. Ha unito le sue conoscenze tecniche all’apprendimento del prezioso sapere contadino ed è un testimone attivo e appassionato della possibilità di vivere in ecosistemi ambientali e sociali sostenibili e gioiosi.

Siamo felici di pubblicare qui un suo recente intervento, che speriamo leggiate in tanti.

– Andrea Rea.


Agricoltura, cibo e vino senza natura

Una rete di relazioni sociali ed ecologiche

Introduzione

Ogni prodotto agricolo che arriva sulle nostre tavole porta con sé una storia. Non soltanto la storia di un territorio, di un clima o di una coltivazione, ma anche quella delle parole e delle immagini con cui viene raccontato. Le etichette – che siano quelle di una bottiglia di vino, di un alimento confezionato o di un prodotto agricolo – rappresentano oggi uno dei luoghi principali in cui il cibo viene descritto, interpretato e reso comprensibile al consumatore. Eppure, proprio mentre le etichette raccontano il cibo, il sistema agroalimentare contemporaneo tende sempre più a separarlo dal mondo naturale che lo genera. Le parole stampate su una bottiglia o su una confezione diventano così una sorta di mediazione tra due realtà che un tempo erano inseparabili: da un lato l’ecosistema agricolo – fatto di suoli, piante, microrganismi, relazioni biologiche –, dall’altro il prodotto finale che arriva sul mercato. Riflettere sul significato delle etichette significa quindi interrogarsi su ciò che esse raccontano, ma anche su ciò che inevitabilmente lasciano fuori. Dietro ogni alimento e dietro ogni vino esiste infatti una rete di relazioni ecologiche e sociali che non può essere ridotta a una semplice descrizione commerciale.

 

1. Comprendere il cibo e l’agricoltura

1.1 Cultura e coltura: l’agricoltura come pratica di relazione

Esiste un legame profondo tra i concetti di cultura e coltura, entrambi derivanti etimologicamente dal latino colěre, vale a dire coltivare, avere cura, abitare, prendersi cura. L’agricoltura, così come la cultura, sono beni comuni che affondano le proprie radici nella condivisione, nel coinvolgimento, nella partecipazione, nelle relazioni, tanto da poter affermare che ogni modello di agricoltura è un prodotto culturale. L’atto di coltivare è un luogo di cura della terra, delle piante, un luogo di osservazione della complessità dove il tempo e l’attesa hanno un valore enorme. Perfettamente all’opposto del modello di società che abbiamo creato, laddove la velocità e la mercificazione sembrano essere il riferimento principale, che sottrae continuamente spazio alla riflessione, al confronto, alla memoria, all’attesa. Il fattore tempo d’altra parte è un concetto primario nella storia della coltivazione, avendo svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione biologica, ed essendo stato la chiave del successo evolutivo delle specie.

Così come l’atto di mangiare è un’arte che ci ricollega alla terra, che ha una dimensione sociale, fatta di comunità viventi che sono in stretta correlazione con il gusto, gli aromi, le varietà, la diversità, il piacere, la convivialità, i sapori. Potremmo dire che la cultura agricola è in sé civilizzatrice. Per dirla con le parole della celebre antropologa statunitense Margaret Mead, «il primo segno di civiltà comincia quando si riconosce il valore della cura reciproca», quando cioè ci si prende cura dell’altro. Non a caso la salvaguardia della civiltà dipende direttamente dalla capacità di costruire legami, relazioni e reti di supporto: l’ecologia e gli ecosistemi sono infatti un esempio efficace di utilizzo di questa strategia di cooperazione. Penso alla cura delle vigne e del vino, alla relazione che si crea con il vignaiolo, il quale diventa egli stesso parte della natura. Tutte cose che oggi sono sempre più concepite e trattate con approcci tecnici, che hanno scisso qualsiasi legame con la terra, con quell’ecosistema dove le piante affondano le proprie radici.

 

1.2  Il vino e la perdita del legame con la natura

Abbiamo spezzato quei legami e affidato al consumatore un prodotto figlio della tecnologia, descritto attraverso un elenco di termini tecnici, improbabili e inutili, per definire il gusto, il sapore, le sensorialità; termini privi di gioia, immaginazione, desiderio, della libertà di meravigliarsi e stupirsi, svincolati dalla tecnica ma con il cuore nella natura. Eppure le vigne e il vino raccontano da millenni un legame profondo tra l’ecologia e l’uomo, ricordandoci che solo questo intreccio può generare vitalità e conoscenza. Quando questo legame si indebolisce o viene interrotto, anche il modo in cui il cibo viene raccontato cambia profondamente. La narrazione che accompagna i prodotti alimentari – nelle descrizioni commerciali, nelle classificazioni tecniche e nelle etichette – tende infatti a sostituire la complessità dei processi naturali con un linguaggio standardizzato e semplificato. Ciò che un tempo era esperienza diretta della terra e delle stagioni diventa progressivamente una rappresentazione mediata, dove il prodotto appare separato dal sistema vivente che lo ha generato.

Vino senz’anima, dove l’artista e il funzionario del marketing sono figure interscambiabili, come ci fa notare Alessandro Baricco nel saggio sui Barbari. Saggio sulle mutazioni1: vino hollywoodiano lo definisce, semplice, spettacolare che si avvicina più a una bevanda costruita a tavolino, con un gusto che non appartiene più alla natura, grazie alla innovazione tecnologica e a una batteria di additivi e coadiuvanti che cambiano, modificano, correggono,

«dove la perdita dell’anima è il prezzo da pagare». Non più realizzato solo con l’uva, come si è fatto per millenni per mezzo di fermenti spontanei, selvatici che sono lo specchio di un luogo, che sono parte essenziale del terroir e che danno complessità, non semplificano, non sottraggono, e sono un ponte tra la vigna e la cantina, dove l’uomo è solo parte di quell’intreccio di legami imprescindibili.

 

1.3  La rete dei sistemi viventi e l’origine del cibo

C’è un filo conduttore che lega indissolubilmente i diversi sistemi viventi, come noi umani siamo fortemente correlati e dipendenti dall’altro mondo vivente. Le piante, per esempio, sono un ponte tra il cielo e la terra, rubano l’energia gratuita del sole e la mettono nel nostro piatto. Tutto il cibo del mondo dipende da questa strategia. Inoltre uno dei prodotti di scarto di questo incredibile processo è l’ossigeno, che ci permette di respirare. Ancora, alla fine del loro ciclo vitale restituiscono alla terra tutte le risorse che gli avevano sottratto, grazie alla collaborazione di una miriade di microrganismi differenti che decompongono i tessuti vegetali e liberano il carbonio, proveniente dalla CO2 dell’atmosfera, che viene stoccato nel terreno e riutilizzato per creare humus, fertilità naturale, struttura del terreno, ecc. Così come diceva il chimico Primo Levi : «le piante sembrano stupide, eppure rubano l’energia al sole, il carbonio all’aria e i sali alla terra, e crescono e vivono per mille anni senza scannarsi tra di loro, come noi»2.

Il primo atto agricolo e di quello che sarà il nostro cibo è la semina. Oggi il seme, prima di essere sparso sul terreno e prima di nascere, viene avvolto da un cocktail di sostanze chimiche (anticrittogamici, insetticidi ecc.), mediante un trattamento chiamato concia del seme (stesso termine usato nell’industria conciaria; concia delle pelli). Lo scopo – dicono – è proteggerlo da eventuali avversità, alzando subito un muro tra quel seme e la vita vera che lo circonderà, e che invece dovrà essere ricca di relazioni perché lì sarà il suo futuro. Eppure è un organismo vivente ancora non venuto al mondo, ed è in quel mondo che invece dovrà vivere, adattarsi, stabilire relazioni, reciprocità, in poche parole vivere. Sarà quel mondo che lo aiuterà e dove cercherà di stabilire più legami possibili proprio per la sua sopravvivenza, per la sua evoluzione e crescita. Ed è proprio in quelle relazioni che risiede tutto il nostro nutrimento. E’ necessario prendere in considerazione il cibo nella sua integrità, come è stato coltivato, come è stato trattato. Inoltre non possiamo considerare il cibo sezionandolo nei vari componenti chimici (nutrienti) separati gli uni dagli altri senza avere conoscenza dell’insieme, semmai processando l’alimento e svuotandolo, per poi fortificarlo e aggiungere i nutrienti artificiali che gli abbiamo tolto. E’ importante conoscere il modo in cui questo cibo viene realizzato, il modo in cui viene prodotto. Il seme e la pianta d’altronde sanno molto bene come fare per mantenere biologicamente vivi e attivi tutti i nutrienti.

Se il cibo nasce all’interno di una trama complessa di relazioni biologiche, culturali e sociali, è inevitabile chiedersi in che modo questa complessità venga raccontata e trasmessa a chi consuma quei prodotti. Nel mondo contemporaneo questo racconto passa sempre più spesso attraverso strumenti di mediazione – dalle descrizioni commerciali fino alle etichette – che traducono un processo naturale estremamente complesso in poche parole, simboli o classificazioni.

 

2. L’agricoltura moderna (quella attuale)

La distanza crescente tra il cibo e il mondo naturale che lo produce non è casuale, ma è il risultato di trasformazioni profonde che hanno attraversato l’agricoltura nel corso del Novecento. Il processo di industrializzazione agricola ha infatti modificato radicalmente il modo in cui la terra viene coltivata e, di conseguenza, anche il modo in cui il cibo viene percepito, descritto e rappresentato.

2.1 L’industrializzazione dell’agricoltura e la semplificazione degli ecosistemi

«Il punto di svolta nel processo di industrializzazione della catena alimentare si può rintracciare con precisione in un giorno del 1947, quando una colossale fabbrica di munizioni che si era ritrovata in mano, alla fine della guerra, enormi scorte di nitrato di ammonio (principale ingrediente degli esplosivi), si convertì alla produzione di fertilizzanti sintetici. L’industria dei fertilizzanti (e dei pesticidi, che nascono come sottoprodotto dei gas tossici di uso militare – utilizzati nei campi di concentramento) nasce riconvertendo la macchina bellica in tempo di pace»3.

Da questo momento inizia e si inaugura una nuova guerra, quella dell’agricoltura contro la terra, contro le piante e contro gli ecosistemi4. In maniera incisiva e fortemente schierata la fisica quantistica e attivista indiana Vandana Shiva conclude non a caso che «stiamo ancora finendo di mangiare gli avanzi della seconda guerra mondiale»5.

L’agricoltura di questa nuova fase post-bellica è basata rigorosamente sull’utilizzo esclusivo di poche varietà, selezionate principalmente per la resa produttiva e ha come principale ricaduta l’invenzione delle monocolture, che elimina le consociazioni e le alternanze tra le colture, minando profondamente l’aiuto reciproco fra le specie e il rispetto dei tempi e dei cicli vitali degli organismi viventi dettati dalle leggi della natura. Così, il massiccio utilizzo di concimi chimici, anticrittogamici, insetticidi, diserbanti e di una meccanizzazione spinta sono diventati la norma ed escludono ogni possibile domanda sugli effetti che provocano sulle piante, sul microbioma della terra. In questo modo la terra, e quindi gli ecosistemi che tengono in piedi il mondo, sono continuamente e irrimediabilmente sotto attacco, in nome di un’operazione di semplificazione e di riduzione che ha smesso di guardare alla complessità, rendendoci del tutto ciechi.

 

2.2 Energia fossile e crisi ecologica dell’agricoltura

Questo è stato naturalmente anche l’avvio di un modello produttivo che non si regge più sull’energia gratuita del sole, ma sull’uso di energie fossili. Così come sottolineato da Lydia e Claude Bourguignon nel Manifesto per un’ Agricoltura Sostenibile, attualmente il sole rappresenta solo il dieci per cento dell’energia necessaria alle specie coltivate (pur essendo un’energia completamente gratuita e pulita, che andrebbe privilegiata) assecondando un processo che si dirige letteralmente contro i reali criteri di sostenibilità e il principio di basso utilizzo delle risorse. L’attuale agricoltura moderna consuma dieci calorie di petrolio per produrre una sola caloria alimentare in campo aperto, e trentasei calorie di petrolio per produrre una caloria alimentare nel modello fuori suolo6

Questo modello di agricoltura, che caratterizza quel che chiamiamo progresso, ha provocato diversi smottamenti epocali, prima di tutto l’attitudine a consumare le risorse della terra – un pianeta termodinamicamente chiuso e quindi provvisto di risorse destinate a finire – come se fossero illimitate; seguito dall’inquinamento del suolo, delle falde acquifere, dall’emissione di gas serra, all’enorme consumo di acqua che contribuiscono a rendere il nostro cibo povero; e, last but not least, la pratica degli allevamenti intensivi camuffati sotto l’etichetta di sistemi per la “sicurezza alimentare”. All’interno di questo sistema spicca la considerazione delle piante e di quel mondo invisibile estremamente complesso che di fatto ci tiene in vita alla stregua di esseri inferiori da sfruttare e utilizzare. Questa idea connaturata radicalmente nell’uomo ignora – come sostiene la scienziata Suzanne Simard nel libro di Monica Gagliano Così parlò la pianta7 – la storia evolutiva e condiziona le nostre domande scientifiche, permettendoci di trovare solo alcune poche risposte sul significato delle nostre vite. Questo nostro innato complesso di superiorità ha giustificato l’abuso globale delle piante e, aggiungo, la non cura degli ecosistemi, con tutte le miriadi di interazioni che avvengono al suo interno e che risultano fondamentali per la sopravvivenza delle piante. Gli ecosistemi ci insegnano che la diversità e l’unicità delle vite contenute in esso è un elemento essenziale per la sua vitalità. Nel percorso dell’evoluzione la natura ha fatto di tutto perché fossimo individui unici, diversi l’uno dall’altro, così che qualsiasi cultura cerchi di standardizzare, uniformare ed appiattire gli organismi viventi, si pone contro la natura e contro le leggi della biologia.

 

2.3  Il suolo come ecosistema vivente

Noi stessi apparteniamo alla natura nel senso che ne facciamo parte, anche se ci siamo tirati fuori, l’abbiamo considerata un oggetto, qualcosa da utilizzare e sfruttare a nostro piacimento, ci siamo sentiti superiori e abbiamo creato un vero e proprio mondo vivente collocato a uno scalino inferiore.

E’ tutta questa variabilità che conferisce dinamismo a quel mondo di relazioni e cooperazioni continue e che rende il nostro cibo vivo e vitale, ricco di nutrienti veri e dotato di quella complessità nutritiva che serve agli uomini. Anche i suoli, vero e proprio serbatoio di vita, vengono trattati dall’agricoltura moderna alla stregua di supporti inerti, sterili. Se consideriamo che in un pugno di terra fertile – circa 10 gr di terra – sono presenti un numero maggiore di microrganismi rispetto al numero di persone che abitano la terra, possiamo comprendere l’importanza degli ecosistemi nella vita degli uomini, e renderci conto che se non ci fosse tutta questa vita, il mondo sarebbe ridotto a una immensa discarica. Noi stessi siamo una moltitudine vitale, e all’esterno e all’interno di noi proliferano più cellule microbiche che cellule del nostro corpo; ragion per cui andrebbe ripensata la nostra identità e insieme il legame indistruttibile che abbiamo con il mondo8.

Quel che abbiamo fatto è sostituire la fertilità naturale della terra con i fertilizzanti chimici, rendendo i nostri suoli fertilizzati ma non più fertili e dunque poveri e fragili. Abbiamo voluto abbracciare il sistema agricolo delle monocolture – sostenute da fertilizzanti, pesticidi, meccanizzazione selvaggia, che produce la distruzione del 75% della biodiversità -, ci siamo alleati con i prodotti agrochimici, smettendo di studiare l’agronomia, la biologia, la geologia dei suoli, l’etologia e le interazioni che sussistono all’interno di un ecosistema. In una parola, abbiamo smesso di occuparci della complessità e degli equilibri dinamici degli ecosistemi, abbiamo esaltato l’uniformità, che ci rende inabili alla valorizzazione dell’unicità delle varietà, dei luoghi. Perché l’agricoltura non è un unico luogo uniforme, ma un insieme di luoghi dove vige un intreccio di vite, e ha bisogno delle conoscenze delle caratteristiche ecologiche, delle culture locali, delle tradizioni, della sussistenza di un passaggio di saperi e di una sapienza attraverso le generazioni.

Il nostro mancato riconoscimento del ruolo fondamentale degli ecosistemi e dell’ecologia ha avuto una serie di conseguenze sulla capacità di tenere in vita il mondo in cui viviamo, e ci ha reso incapaci di guardare alla complessità, alle abilità e alle virtù delle piante e di quel mondo invisibile ma estremamente vario che ha un ruolo vitale nel ciclo dell’ossigeno, nei cicli degli elementi minerali, nella conservazione dell’acqua, nell’assetto idrogeologico dei suoli, nell’intrappolamento dell’anidride carbonica, nel creare sostanza organica, fertilità e nutrienti complessi che la pianta potrà assorbire per produrre cibi sani e ricchi. Tutto ciò ci induce a comprendere che dietro al cibo c’è un mondo di relazioni che non può essere semplificato.

Il modo in cui mangiamo determina l’utilizzo che facciamo del mondo.

Il mondo vegetale e l’altro mondo invisibile non operano in modo isolato ma, essendo profondamente radicati nel mondo vivente, interagiscono e si adattano continuamente ai cambiamenti ambientali, e mostrano come la forza dei singoli sia la forza dell’insieme. Le loro grandi potenzialità non sono nei conflitti, nel tutti contro tutti, ma nella cooperazione, nelle sinergie, nelle simbiosi, nelle collaborazioni.

La scienziata Suzanne Simard ha messo in evidenza l’esistenza di reti micorriziche (simbiosi tra radici delle piante e funghi del suolo) – un ponte fungino tra l’humus della terra e le piante che è oggi considerato una sorta di web del suolo – che collegano una miriade di alberi e piante diverse tra di loro, e che si rivela un meccanismo fondamentale per comunicare, scambiarsi nutrienti, messaggi, per aiutarsi e prendersi cura reciproca9. Un intreccio fondamentale per la sopravvivenza delle foreste, che le popolazioni native conoscevano perfettamente da tempo ed erano già in grado di apprezzare queste meraviglie della biologia e l’importanza che hanno per la salute delle foreste. Questa visione e questi saperi delle popolazioni locali nascono dalla saggezza, dall’empatia, dall’osservazione e dalla consapevolezza di essere parte integrante della natura, dalla comprensione di questa complessità e dal fatto che mette in luce il dialogo profondo e necessario tra uomo e natura, da vivere con continuità per poterne capire la vera essenza e reciprocità.

Già Sir Albert Howard, agronomo e botanico che venne inviato dai Reali di Inghilterra in India nei primi del ‘900 per promuovere l’agricoltura chimica, nel suo libro An Agricultural Testament10 pubblicato nel 1940, scrive: «mi recai in India per insegnare agli indiani come migliorare l’agricoltura, ma scoprii che non vi erano malattie nei campi, né mancanza di fertilità nel suolo, così decisi di fare dei contadini i miei insegnanti». Nel libro, frutto della sua esperienza, sottolinea che mangiare è un atto agricolo, rurale, e ci invita a considerare il benessere del suolo, delle piante, degli animali e dell’uomo come un unico grande tema.

Così come nel libro Silent Spring pubblicato nel 1962 dalla biologa Rachel Carson vengono denunciate le conseguenze dell’uso dei fitofarmaci in agricoltura, che provocano effetti tossici negli ecosistemi e dunque negli organismi viventi. Questo libro è diventato un punto di riferimento molto importante non solo per chi si interessa di natura e ambientalismo, ma anche per chi vi si avvicina con approccio scientifico, e ci ricorda: «Nel suolo esiste, dunque, questa comunità, questa trama interdipendente in cui si intrecciano le varie forme di vita, ciascuna legata in qualche modo all’altra: le creature viventi dipendono dal suolo ma il suolo, sua volta, è l’elemento vitale della Terra solo se vi prospera tale comunità, insita in esso».11 Se queste riflessioni riguardano il funzionamento biologico degli ecosistemi agricoli, esiste poi un altro livello – quello economico e normativo – in cui il cibo viene ulteriormente trasformato. Quando i prodotti agricoli entrano nel mercato, essi vengono classificati, standardizzati e descritti attraverso regole, parametri e sistemi di etichettatura che hanno il compito di renderli riconoscibili e comparabili. È in questo passaggio che la complessità della natura viene spesso ridotta a criteri di misura, categorie commerciali e descrizioni sintetiche.

 

3. Economia senza natura

 3.1 Standardizzazione dei prodotti agricoli

E’ bene ricordare alcune norme europee, come il Regolamento 543 del 2011 che regola la commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli, dal momento che i suoi contenuti sono emblematici e ci fanno capire in che modo la tecnocrazia considera la natura. Tali regole hanno stabilito con precisione i parametri precisi che devono avere la nostra frutta e i nostri ortaggi: una mela, per esempio, deve essere 60 mm e necessita di una classificazione che riguarda le dimensioni e le sfumature di colore, mentre limoni e mandarini devono presentare un diametro minimo di 45 mm, e così via. Anche gli ortaggi naturalmente devono sottostare a standard prefissati di misura e peso, ed è il motivo per cui troviamo nella grande distribuzione ortofrutticola prodotti tutti identici e uniformi gli uni agli altri. Eppure chiunque si prenda cura di un albero sa perfettamente che sullo stesso ramo cresceranno frutti di calibro, peso e sfumature di colore molto differenti, e sarebbe folle pensare di chiedere a un albero una produzione tutta uguale. Come è possibile allora predefinire un prodotto della terra con pesi, misure, colori, dimensioni, calibri? E’ possibile solo considerando la natura esclusivamente come merce destinata a una produzione in serie.

Questo processo di standardizzazione non riguarda soltanto le modalità di produzione o di commercializzazione dei prodotti agricoli, ma anche il modo in cui essi vengono comunicati. Le etichette alimentari e del vino finiscono così per riflettere la stessa logica di semplificazione: poche parole, pochi dati, alcune classificazioni tecniche che cercano di rappresentare un mondo naturale infinitamente più complesso.

 

3.1 Saperi agricoli e complessità ecologica del cibo

In poco tempo abbiamo svuotato tutto il bacino del Mediterraneo, area di culture rurali millenarie, delle culture locali e abbiamo del tutto perso sensibilità, empatia, capacità di osservazione e rispetto per l’ampia biodiversità considerata dalla saggezza contadina un elemento essenziale per la vitalità degli ambienti forestali, boschivi e agricoli. Queste culture per millenni hanno conservato conoscenze profonde degli ambienti, e noi abbiamo contrapposto il progresso e la modernità al mondo rurale, considerando vecchio e superato il mondo contadino, e abbiamo fatto sì che la tradizione, la sapienza, il tramandare siano stati letteralmente dimenticati e svuotati di contenuti. Come se memoria, storia e tradizione non contassero nulla. Abbiamo cancellato in un attimo secoli storia, di esperienze, di empiricità, e siamo riusciti a smantellare una cultura con radici profonde. Ma se vogliamo davvero essere moderni dobbiamo attingere da un sapere, da conoscenze, da una cultura che ci ha preceduto, proprio perché in agricoltura non esiste una formula unica applicabile a tutti gli ambienti e a tutte le circostanze. Ogni luogo cambia per clima, suolo, esposizione, quantità di luce, altitudine, capacità di drenaggio, geologia, biologia, ecologia, e in tutti questi luoghi vige la principale legge della natura e della biologia, vale a dire “la mescolanza”. Esiste una conoscenza che non può prescindere da antichi saperi, che vanno considerati il motore della modernità.

 

Conclusioni

In conclusione, quindi, se osserviamo con attenzione il modo in cui oggi produciamo, distribuiamo e raccontiamo il cibo, appare evidente quanto grande sia la distanza che si è creata tra il prodotto finale e il sistema vivente che lo rende possibile. L’agricoltura, che per millenni è stata un luogo di relazione tra uomo e natura, è stata progressivamente trasformata in un sistema tecnico e industriale che tende a semplificare la complessità degli ecosistemi e a ridurre la diversità biologica a pochi parametri produttivi.

Questa trasformazione non riguarda soltanto i campi coltivati o i sistemi produttivi, ma anche il modo in cui il cibo viene rappresentato e comunicato. Le etichette, le classificazioni commerciali e i sistemi normativi che regolano il mercato alimentare costituiscono oggi uno dei principali strumenti attraverso cui il cibo viene raccontato. Tuttavia, proprio nel momento in cui cercano di rendere il prodotto riconoscibile e comparabile, queste forme di descrizione finiscono spesso per ridurre la complessità biologica, ecologica e culturale che lo ha generato. Il cibo vero, quello autentico, proviene sempre da un mondo di continue relazioni (cooperazione, scambi, condivisione, sinergie) ed è proprio questo che lo rende vivo e nutriente. Se fossimo padroni di questa consapevolezza potremmo guardare alle piante, agli ecosistemi e ai suoi frutti (al nostro cibo) con occhi diversi, evitando di appiattire e di uniformare ogni cosa, ma piuttosto saremmo capaci di procedere in direzione opposta, valorizzando cioè, ed esaltando quella diversità che serve al nostro corpo e alla nostra cultura. Ripensare il rapporto tra agricoltura, natura e cibo significa dunque anche ripensare il modo in cui lo raccontiamo. Le etichette possono certamente informare, classificare e orientare il consumatore, ma non potranno mai sostituire la complessità del mondo vivente da cui il cibo proviene. Per questo motivo diventa sempre più necessario sviluppare una nuova consapevolezza ecologica che restituisca centralità alla terra, agli ecosistemi e alle relazioni

che rendono possibile la vita.

In fondo, comprendere davvero il cibo significa riconoscere che dietro ogni frutto, ogni pianta e ogni vino non c’è soltanto un prodotto, ma una storia di cooperazioni invisibili tra organismi differenti, un dialogo continuo tra uomo e natura, una rete di relazioni che nessuna etichetta potrà mai racchiudere completamente. Ed è forse proprio da questa consapevolezza che può nascere un nuovo modo di abitare il mondo e di coltivare il nostro futuro.

Abbiamo bisogno di un libero pensiero ecologico, e abbiamo il compito di insegnarlo in ogni ambito, perché è innegabile che siamo fortemente in debito verso il mondo vegetale e l’invisibile altro mondo vivente.

 


1 A. BARICCO, Barbari. Saggio sulle mutazioni, Milano, Feltrinelli, 2006, pp.33-34

2 P. LEVI, Il Fabbro di se stesso, in Vizio di Forma, Torino, Einaudi, 1971, p. 211.

3 M.POLLAN, Il Dilemma dell’Onnivoro, Milano, Adelphi, 2015, p. 53.

4 Cfr. E. RUSSELL, War and Nature : Fighiting humanes and insects with chemicals from World War I to Silent Spring, Cambridge University Press, Cambridge, 2001.

5 V. SHIVA, Il pianeta di tutti. Come il capitalismo ha colonizzato la terra, Milano, Feltrinelli, 2019

6 L. e C. BOURGUIGNON, Manifesto per una Agricoltura Sostenibile, Milano, Possibilia, 2018, pp. 22.

7 S. SIMARD, Prefazione a M. GAGLIANO, Così parlò la pianta, Milano, Nottetempo, 2022, p.12.

8 Cfr. M. SHELDRAKE, L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi, Venezia, Marsilio, 2020

9 Cfr. S. SIMARD, Finding The Mother Tree, London, Penguin Books, 2022.

10 A. HOWARD, ed.it. I diritti della terra, Bra, SlowFood, 2005.

11 R. CARSON, Primavera silenziosa, Milano, Feltrinelli, 2023. cap. V.

 


Testo di: Raffaello Annicchiarico Agronomo – Vignaiolo  |  Napoli, 18 Maggio 2026